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La mediazione Familiare

La Mediazione Familiare, in materia di divorzio o di separazione, è una procedura in cui un terzo, neutrale (imparziale, n.d.a.) e qualificato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente.

Il ruolo del mediatore familiare è quello di portare i membri della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e mutuamente accettabile, tenendo conto dei bisogni di ciascun componente della famiglia e particolarmente di quelli dei figli, in uno spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei ruoli parentali” (APMF, 1990).

La “Mediazione Familiare”, come si evince dalla definizione pubblicata in Francia nel 1990 dall’Associazione per la Promozione della Mediazione Familiare, è un tipo di intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari ed alla gestione o attenuazione dei conflitti in caso di separazione o di divorzio, attraverso l’aiuto di un terzo “imparziale”, il mediatore, competente sia in materia legale che in materia sociopsicopedagogiche.

In Italia la Mediazione Familiare nasce a Milano presso la Gea, Genitori Ancora, come associazione di mutuo-aiuto costituita da genitori separati che si aiutavano a vicenda. Da questo gruppo, che man mano si è specializzato nelle disciplini giuridiche e psicologiche, nasce la SIMEF, Società Italiana di Mediazione Familiare, costituita principalmente da medici e psicologi che operano nel campo familiare.

Nello stesso anno (1975), all’interno degli Istituti di Terapia Familiare, nasce l’AIMS, Associazione Internazionale Mediatori Sistemici. L’AIMS, sviluppandosi all’interno di questi Istituti, gode di più sedi e abbraccia diverse le figure professionali (psicologi,pedagogisti, sociologi, medici, avvocati, ass.sociali, insegnanti) accomunate dall’interesse per l’ottica sistemico-relazionale.

Il mediatore familiare, così come cita l’art.4 del Codice deontologico dell’APMF, deve possedere una competenza tecnica in una professione legata alle scienze umane e/o giuridiche (psicologo, pedagogista, assistente sociale, avvocato,etc.) per poi seguire una formazione specifica in mediazione familiare (della durata di 320ore), coadiuvata da continui corsi di aggiornamento e da una costante supervisione.

Il ruolo del mediatore familiare non è quello di aiutare la coppia a mantenere la loro relazione (psicoterapia), né quello di dirigere le parti verso un’intesa (consulenza legale), ma, come cita la definizione, è quello di lavorare “insieme” alle parti coinvolte aiutandole a gestire il conflitto, ad incanalarlo verso un dialogo così che siano le parti stesse a negoziare accordi soddisfacenti e duraturi e/o a rivederli.

Le parti coinvolte in un conflitto, infatti, se opportunamente supportate, sono in grado di assumere decisioni riguardo la propria vita, e quella dei figli, più di quanto possa fare un’autorità esterna (come per esempio un arbitro, un negoziatore puro, o un giudice), rispettando le decisioni solo se essi stessi hanno contribuito al loro raggiungimento e se accettano il procedimento che ha condotto all’accordo.

Il mediatore sa che di per sé il “conflitto” non è una malattia (ma una spinta al cambiamento), sebbene un conflitto mal gestito può essere pericoloso. Spesso, infatti, è generato dal fatto che le parti non sanno come affrontare e gestire un problema, quindi, dalla incapacità nel riconoscerlo e definirlo.

Non dobbiamo dimenticare che il clima emotivo è quello di una separazione, e che non esistono “buone separazioni” ma “separazioni meno dolorose”.Chiudere la propria storia affettiva significa, inevitabilmente, veder crollare tutti gli investimenti, le aspettative, i desideri, di cui, in quanto “storia”, la relazione di coppia è stata nutrita.

Se in un primo momento la mediazione familiare offre agli ex-coniugi uno spazio di discussione, di riflessione e di elaborazione della conflittualità legata al chiudere la loro storia affettiva (lutto), in un secondo momento offre un’area di ri-definizione del ruolo genitoriale, un nuovo modo di vivere e condividere la genitorialità che prescinde dal loro essere stati coniugi e che riguarda i sentimenti di paternità e maternità (dialogo).

Dal punto di vista giuridico “il bambino ha il diritto ad avere due genitori” e questi hanno “la stessa dignità genitoriale”.
Una buona mediazione familiare, oltre ad evitare ai figli quella “penosa situazione” che porta a vedere i genitori “incapaci e bisognosi” di un terzo (il giudice) che dica loro come comportarsi, evita, al giudice stesso, o ai consulenti tecnici d’ufficio, di dover scavalcare la “dignità genitoriale” decidendo quale dei due è il “genitore di serie A” (affidatario).

Aiutare gli ex-coniugi a gestire il conflitto, “due” genitori a trovare le soluzioni più adeguate per tutti, in particolare per la parte debole del sistema familiare, è il compito di quanti lavorano nella Mediazione Familiare.