Domanda Ho letto la risposta data alla e-mail di Mario, sono Sonia e ho 18 anni. Perché sposarsi entro il primo anno di fidanzamento è considerato un fattore di rischio?
Cara Sonia, vista la tua giovane età cercherò di risponderti nel modo più chiaro possibile abbandonando quei concetti teorici che, pur tentando di semplificare il discorso, mi rendo conto non essere sempre digeribili.
Quando due partner decidono di sposarsi, quindi di andare a convivere da soli, spesso non si soffermano abbastanza sul cosa realmente comporta l’allontanarsi da casa, e il fatto di essere beatamente cullati nell’innamoramento di certo non facilita questa consapevolezza. Da fidanzati, la sera, dopo baci, coccole e promesse, si ritorna a casa propria dove, quanto meno, ci si trova una buona cena, un letto ben fatto, e magari anche qualcosina di soldi sulla scrivania per il giorno dopo. Lo stesso quando si litiga e compaiono i primi “basta voglio andarmene a casa”.
Spesso alla base di una relazione di coppia c’è l'illusione che il matrimonio sia un processo attraverso il quale due persone diventano una. Ciò può portare ad una nefasta repressione dei bisogni individuali, ed i componenti la coppia si trovano ad assumere un ruolo (marito, moglie, padre, madre) senza possedere una propria definita individualità.
Altre volte il tentativo è quello di raggiungere l'individualità adulta attraverso il rapporto di coppia, ma è evidente come il rapporto stesso nasca basato su un equivoco. Come scrive un noto psicoterapeuta (Whitaker, 1990), "... non è facile che un matrimonio possa restare in piedi se due sedicenni si mettono insieme per poter diventare un trentaduenne, e riuscire così ad affrontare il mondo cattivo".
L’Amore di sicuro facilita le cose, ma condividere un unico spazio in due, organizzare la convivenza e la quotidianeità, affrontare e gestire i litigi, necessitano di una maturità individuale e relazionale che va costruita, mediata e condivisa giorno dopo giorno con la consapevolezza che il fidanzamento è “tentare di conoscere ed accettare l’altro per quello che è…non per quello che vorremmo lui fosse”.
Risposta: dott. Mario Brengola
Ultimo aggiornamento il 05-11-2009 dal filomena angiuni.