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Cultura: librerie o bookstore?

07-03-2008 15:00 a cura di Caterina A. Stuppia

In guerra e in amore tutto è concesso. Questo antico detto, trasposto nel XXI secolo, quello delle bombe intelligenti e dei matrimoni gay, ci fa riflettere sul fatto, che le moderne autorizzazioni etiche, derivano in primis da una questione economica. L’unica vera morale senza scrupoli è anzitutto quella degli affari, che poi in seconda istanza da il via libera alle differenti ostilità.
Chi non ricorda le vicende di Joe (Tom Hanks) e Kathleen (Meg Ryan), in "C’è posta per te"? Kathleen gestisce una piccola libreria per bambini e Joe un bookestore nel cuore di Manhattan, in grado di cancellare dal mercato, tutte le librerie indipendenti nel raggio di chilometri. Con gli pseudonimi NY152 e Shopgirl, i due nemici in affari s’innamorano via etere, ma nonostante ciò, a Kathleen non è risparmiato il fallimento del negozio, punto di riferimento culturale del quartiere. Spostandoci dall’obiettivo del regista Nora Ephron, ad una situazione più nostrana, notiamo che i termini di contrasto non sono così diversi. Il progetto "Slow book", volto a contrastare l’oligopolio degli store (Feltrinelli, Fnac, Mondadori ecc.), riunisce molti librai indipendenti napoletani, con il motto,"la qualità è il più potente nemico di ogni forma di massificazione": i vecchi baluardi della cultura napoletana, tra cui anche la storica libreria Guida, contro i moderni diavoli del franchising, che distruggono la personalità del lettore. Lo slow book è quindi un progetto che propone la riscoperta di gustare lentamente un libro, che non è più una merce di veloce acquisto negli store, ma un prodotto di qualità garantito dall’onorevole storia della libreria, i cui dipendenti non sono sfaccendati e ignoranti commessi, ma veri librai. Sembra così semplice la posizione che i fruitori del cartaceo, dovrebbero assumere a favore delle piccole librerie. Ma rinunciando ad errate sfasature del pensiero marxista, per cui ciò che è per molti di conseguenza non è di qualità, si presenta una realtà ben diversa da quella descritta dai sostenitori dello slow book. I vantaggi dei megastore non sono solo tanti, ma anche effettivamente positivi per l’amante della lettura. La pregevolezza e la qualità di un prodotto, dipende dal gusto personale dell’acquirente. La possibilità di accedere a centinaia di titoli, invece di accontentarsi dei pochi presenti in libreria,(in ogni modo scelti secondo dettami di commercializzazione editoriale), sembra essere il punto a maggior favore dei bookstore. Gustare il libro, prima di acquistarlo, significa poi soprattutto poterlo sfogliare comodamente in poltroncina e ascoltare in sottofondo conciliante musica, sorseggiando un caffè nel bar interno dello store. E ancora mettendo una cruda luce sulla realtà dell’antica tradizione libraia di Porta Alba a Napoli, constatiamo che la zona è il centro del commercio dell’usato dei libri scolastici, e che in quelle che i sostenitori dello slow book, chiamano le "vere librerie", lavorano comunque commessi e non librai, anche meno competenti è più intenti ad acquistare e vendere il "prodotto".
Non volendo demonizzare, né i gioielli della nostra tradizione libraia, custodi di un’antica cultura, né l’affermazione dei grandi megastore, specchio delle crescenti esigenze degli utenti, è sempre il libero arbitrio a guidare le scelte dell’uomo, evidenziando però a volte una falsa ipocrisia nella costituzione di progetti, che non aiutano una categoria in difficoltà. Invece di creare un inesistente mito del fast book e attaccarsi a vecchi ideali per demonizzare i nuovi, la soluzione sta nel mezzo: adeguarsi alla modernità e cercare di non soccombere specializzando la propria attività.

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