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Il Gioco della Vita: una squadra in famiglia

2009-03-03 15:26 a cura di Mario Brengola

La vita di ognuno di noi ha inizio nella propria famiglia di origine. E’ qui che il bambino osserva, imita ed apprende tutta una serie di nozioni e di sequenze comportamentali che col crescere lo porteranno poi ad esperire ed affrontare il mondo esterno, quello che ho definito essere “il gioco della vita”.

Queste nozioni e sequenze comportamentali consistono nelle regole, nelle gerarchie, nei ruoli e nei confini che ciascuna famiglia, in quanto “sistema”, possiede. Esse vengono trasmesse attraverso l’educazione.

Educare deriva dal latino educāre, ed ha la stessa radice di dūcere, “condurre, guidare e formare un soggetto affinandone e sviluppandone le facoltà intellettuali e le qualità morali in base a determinati principi”. Educare un bambino significa, quindi, fornirgli delle regole e delle conoscenze ma soprattutto dei validi modelli (letteralmente “esempio da imitare”) in quanto, non a caso, la principale modalità di apprendimento di un bambino, in particolar modo quando è piccolo, è l’imitazione.

Il primo banco-prova per il bambino è senza dubbio la scuola. All’interno del gruppo scolastico il bambino può avere un confronto con se stesso, con gli altri e con gli adulti continuo e costruttivo; può esternare i suoi copioni familiari e i suoi valori  acquistandone consapevolezza e magari modificandoli attraverso il  parere degli altri; può verificare la propria coerenza tra comportamento e valori morali personali, può avere a disposizione nuovi modelli con cui identificarsi, ma può anche esternare le proprie difficoltà ed i propri conflitti.

Ciò che negli ultimi anni sta accomunando la scuola alla famiglia, con le conseguenze psicologiche che purtroppo si manifestano soltanto con l’adolescenza, ma che chi fa clinica sa ricondurre ad una fase evolutiva precedente, è la presenza di “aspettative eccessive” troppe volte proiettate sui propri bambini.

Il “gioco”, nel mondo umano come in quello animale, è  utilizzato dagli individui giovani per esplorare e conoscere il mondo circostante e le regole che lo caratterizzano.

Il Giocare letteralmente rappresenta un’ “attività realizzata per se stessa in quanto ha il proprio aspetto gratificante in sé e non nel fine che raggiunge o nel risultato che produce, come invece accade nell’attività scolastica o lavorativa” (Galimberti,1999).

Mentre in famiglia il bambino sente di “dover fare delle cose” per far “contenti” i suoi genitori, a scuola sente di “dover studiare” per ottenere una buona “valutazione finale”, nel mondo sociale sente di “dover avere delle cose” per sentirsi come gli altri, in palestra può finalmente confrontarsi con se stesso e con gli altri senza “sentire il peso delle aspettative” o del “giudizio”.

L’unico fine dell’attività sportiva è quella di favorire la crescita e magari l’emergere di un atleta di successo, dove, per “atleta di successo”, s’intende quello che non gareggia per dimostrare a se stesso che è qualcuno che sente di DOVER ESSERE, ma per rendersi più consapevole di chi è lui veramente, di quali sono i suoi intenti, comprendendosi ed accettandosi nei suoi limiti ma soprattutto nelle sue potenzialità.

Cercare solo nell'ambiente esterno di soddisfare i propri bisogni di sicurezza, stima, approvazione e riconoscenza, significa lasciarsi sfuggire per sempre la vittoria, in quanto il proprio senso di identità personale rimarrà per sempre dipendente da fattori esterni di sentirà costantemente il bisogno.

L’attività agonistica, proprio perché priva di “aspettative” o di “giudizi”, fornisce delle possibilità concrete di accrescere la sicurezza di sé attraverso la comprensione che essere un giocatore valido significa anche commettere degli errori che sono inevitabili nella pratica sportiva.

L'accettazione ed il riconoscimento delle proprie qualità sono le chiavi del successo.  Lo sport diventa quindi un veicolo attraverso il quale il bambino o il ragazzo ha la possibilità di esprimersi e confrontarsi, crescendo attraverso la relazione continua e costante con se stessi e  con l’altro.

Una squadra in famiglia, prima ancora che in palestra, significa quindi essere Direttivo quando il bambino o il gruppo necessitano di “orientamento”; essere Supportivo quando il bambino o il gruppo manifestano “insoddisfazione”;  fare Coaching (valorizzare le capacità individuali) quando ci si trova di fronte ad una fase di “svolta”; Delegare quando il bambino o il gruppo sono pronti per scendere in campo (fase di “produzione”).

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