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Il Mediatore Familiare…un nemico da abbattere

10-11-2008 15:22 a cura di Mario Brengola

Giulio Cesare ha scritto: “ciò che non si vede turba le nostre menti molto più di ciò che esse vedono…”. E’ chiaro che da grande condottiero quale era, non poteva non riferirsi ad una tecnica militare finalizzata a cogliere di sorpresa il nemico…Eppure ancora oggi ciò che spaventa le nostre menti ha spesso a che fare con ciò che esse non conoscono (la paura del diverso, dello straniero, ma anche la paura di riconoscere aspetti del sé che non vogliamo accettare), non dobbiamo dimenticare, infatti, che la nostra mente tende a ragionare ed apprendere per analogie e connessioni, tende cioè a rapportare nuovi volti, nuove esperienze e nuove situazioni a quelle precedentemente vissute (bagaglio esperenziale).

In questa ottica anche la Mediazione Familiare, spesso, rientra in ciò che non si conosce, in qualcosa che non ci appartiene, che non si vede, e che pertanto viene allontanata quando non viene demonizzata perché ci spaventa.

Che cos’è la Mediazione Familiare…Chi è il Mediatore Familiare…Quali sono le tecniche e gli strumenti che essa utilizza…

La Mediazione Familiare è un percorso di crescita che si intraprende insieme alla coppia genitoriale finalizzata alla gestione del conflitto (non alla sua risoluzione), al ripristino di una buona comunicazione (imparare ad ascoltare l’altro) genitoriale, alla stesura di accordi inerenti la crescita dei figli nella consapevolezza che “nessuno più dei genitori sa cosa è meglio per loro”.

Aiutare due genitori ad elaborare il lutto della separazione (spazio di ascolto e di confronto reciproco) ed allo stesso tempo ad elaborare un progetto condiviso di crescita dei figli, non può prescindere la conoscenza del terreno di gioco.

Diventa allora fondamentale conoscere la struttura e le dinamiche familiari, lo sviluppo evolutivo del sistema famiglia, le modalità comunicative e relazionali interne ed esterne, i valori, i miti, le regole e le credenze intergenerazionali, ma soprattutto è fondamentale imparare a ri-conoscere la propria struttura familiare, le proprie dinamiche familiari, le proprie modalità comunicative e relazionali, i propri valori, miti, regole e credenze intergenerazionali.

Nella relazione (res+ azione, “portare qualcosa insieme”) con l’altro inevitabilmente portiamo qualcosa di nostro così come l’altro porta qualcosa di suo. Chi ci chiede aiuto porta all’interno della relazione i propri vissuti emotivi legati al crollo di un “progetto di vita in comune”, vissuti proporzionali all’intensità affettiva dell’investimento fatto..!!

L’errore di noi operatori è credere, peccando di presunzione, che ciò che portiamo all’interno della relazione sia solo la nostra “esperienza professionale”…come se l’essere avvocato, psicologo o mediatore prescindesse dal chi siamo, dai nostri vissuti, valori, educazione ricevuta, dalle nostre dinamiche e relazioni familiari…

Il Mediatore Familiare, durante il training di formazione, impara innanzitutto l’umiltà del dubbio…l’errore delle generalizzazioni…la curiosità e valorizzazione delle differenze…mette in discussione se stesso per ri-conoscere i propri vissuti, la propria struttura familiare e le modalità relazionali di cui è parte, le proprie aree conflittuali o problematiche, affinché tutto questo possa essere continuamente riconosciuto, gestito e controllato nella relazione con l’altro (imparziale).

Niente è più devastante per una persona che ci chiede il suo aiuto (abbassando le proprie difese psichiche) del sentirsi “ingabbiato” in una posizione di “passività” (sentirsi dire come comportarsi o come affrontare una situazione) e di non coinvolgimento attivo in un processo che lo coinvolge in prima persona e che comunque inciderà sulla sua vita futura.

Consigliare o indurre una scelta piuttosto che un’altra, equivale al dire “tu non sai vivere…il mio modo di vivere è migliore del tuo…ti insegno io come vivere…”. Ancora più mortificanti quelle situazioni in cui gli operatori, “colludendo” col cliente, si “alleano con lui in una sorta di guerra finalizzata all’annientamento dell’altro”, inconsapevoli del fatto che “annientare” un ex coniuge significa di fatto “uccidere” un padre o una madre e rendere orfano un figlio.

Utilizzare gli strumenti della mediazione (tra i quali il Disegno Congiunto della Famiglia ed il Lausanne Triadic Play) ci consente di osservare le dinamiche relazioni triadiche (padre, madre e figlio), passaggio a mio avviso  fondamentale se si vuole avere un quadro più o meno “reale”, seppur strutturato, delle modalità e delle qualità delle relazioni sulle quali il nostro operato andrà ad intervenire.

Offrire uno spazio di ascolto al o ai figli, “strutturato e ben protetto”, di gioco e non di indagine,  ci consente inoltre di individuare il grado di disagio (o eventuali situazioni a rischio) con cui viene vissuta la separazione dei genitori, conoscere un altro punto di vista della situazione, ma soprattutto ci consente di offrire ai figli un “contenitore” in cui svuotarsi da ciò che, per evidenti motivi psichici legati all’età, non sanno comprendere o comunque affrontare.
La psicologia sistemica-relazionale ci insegna che  noi possiamo esistere solo se siamo riconosciuti: questo bisogno, che ci accompagna per tutta l'esistenza viene soddisfatto attraverso un continuo “dialogo” (dià=tra + lògos=parola, discorso).
Il bisogno di “sentirsi riconosciuto” emerge con chiarezza durante le vicende legate ad una separazione legale: si ricorre al giudice per un “riconoscimento” (il ruolo di padre o di madre), per un “risarcimento” (l’altro mi deve ripagare quanto fatto)…e in questo gioco collusivo del “sentirsi riconosciuti” cadono quanti, chiamati in causa (avvocati, psicologi, consulenti, mediatori), non solo colludono con le parti ma confliggono con gli altri operatori “pur di non riconoscergli un ruolo” nella gestione della vicenda.
Nella speranza di aver smorzato in parte la “paura” per quanto “non conosciuto” (il Mediatore…questo nemico), spero di indurre in quanti, come me, credono nella possibilità di una integrazione operativa, un sano spunto di riflessione.

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