Separazione over 60: la tipologia dei soggetti, il contesto familiare, le soluzioni in questo particolare di separazione
2009-11-06 11:39 a cura di Mario Brengola
Dott. Mario Brengola
Psicologo, Psicoterapeuta
Socio Didatta A.I.M.S.
Nel 2005, uno studio condotto dalla psicoterapeuta Paola Beffa Negrini, del Servizio di Psicologia Clinica dell’Università Cattolica di Milano, e dall’avvocato Silvia Cecchi, ha evidenziato che gli italiani che nel 2001 hanno chiesto la separazione legale tra i 55 e i 65 anni sono stati 125 mila e quelli dai 65 anni in su 70 mila (15 mila quelli sopra i 75 anni). Oggi l’incremento sarebbe del 3,5%.
I “divorzi grigi”, secondo le ricercatrici, sembrerebbero legati alla maggior longevità, all’aiuto dei nuovi farmaci contro la caduta della libido, alla maggior indipendenza, anche economica, raggiunta dalle donne. Dallo studio, infatti, emergerebbe che sono soprattutto le donne a chiedere la separazione, non tanto per il desiderio di costruire un nuovo legame con un partner diverso, quanto per rifiutare quel modello arcaico di “marito-padrone” ancora presente in particolar modo al sud.
In biologia l’invecchiamento inizia quando cessano le capacità riproduttive e avvengono modificazioni degli organi e degli apparati che si esprimono soprattutto in una tendenza all’atrofia e ad una diminuita efficienza funzionale degli stessi. I nuovi farmaci, in particolar modo quelli contro la depressione e la caduta della libido, hanno in qualche modo “modificato” le leggi generali dell’invecchiamento dando vita a quella che il Dottor Vincenzo Marigliano, direttore del Dipartimento di Scienze dell'Invecchiamento dell'Università La Sapienza di Roma, ha definito «nuova biologia».
L’età cronologica di un essere umano, ossia la posizione attuale rispetto all’arco di potenzialità della vita, non basta a spiegare i cambiamenti biologici che lo riguardano.
Oltre all’età funzionale, valutabile in termini di abilità e capacità rispetto alle attese per gli individui della stessa età cronologica, fondamentali sono l’età psicologica e l’età sociale. L’età psicologica riguarda quella che ciascun individuo sente di avere all’interno del proprio “sistema” di vita (ruoli); l’età sociale riguarda il ruolo sociale e lo stile di vita che si mantiene rispetto ai coetanei.
Per “ruolo” intendiamo la posizione che l’individuo riveste all’interno di un sistema di relazioni. Il ruolo è ciò che identifica l’individuo nei suoi rapporti interpersonali, che fortifica il suo senso d’identità e gli garantisce un valore. L’individuo nell’età adulta media (40-60 anni) “dovrebbe” essere un “lavoratore” all’interno del sistema sociale, un “marito”, “padre” e forse “nonno” all’interno del sistema familiare.
Maggiori sono i ruoli ricoperti all’interno del macrosistema famiglia-lavoro-sociale, maggiore l’autostima ed il benessere psicologico che ne conseguono.
I compiti di sviluppo in questa fase del ciclo di vita prevedono varie “separazioni”: la gestione della carriera in vista o conseguenza del pensionamento e l’uscita di casa dei figli.
Questa è la fase in cui la “coppia genitoriale” deve recuperare la “coppia coniugale” attraverso una ri-negoziazione dei ruoli ed un re-investimento sulla relazione di coppia (non sono più madre…non sono più padre…). Ed è in questo periodo che la coppia può entrare in “crisi” (non mi sento moglie…non mi sento marito…) sperimentando la separazione come possibilità evolutiva.
Gli psicoterapeuti della coppia e della famiglia sanno bene che per comprendere la fine di un legame affettivo bisogna comprenderne l’inizio e quindi le “basi” sulle quali è stata costruita la relazione di coppia, la “progettualità” familiare e le “aspettative” reciproche.
Nell’esperienza clinica non è difficile incontrare coppie di sessantenni in “crisi” che riconoscono di essersi sposati per “separarsi” dalla famiglia di origine, magari per “liberarsi” da norme e regole di condotta avvertite come troppo “rigide”, in particolar modo circa il “ruolo” della donna (non devi uscire da sola, non devi andare a scuola, non devi lavorare, etc.). Se si pensa che per molte donne il lasciare un “padre-padrone” ha coinciso poi con lo sposare un “uomo-padrone”, prodotto dello stesso periodo storico, è ancora più comprensibile quanto emerso dallo studio della dottoressa Paola Beffa Negrini.
In altri casi troviamo coppie che hanno deciso di vivere vicino ad una delle due famiglie di origine, e che non sono mai riuscite a costruire quei “confini” e quella “intimità” fondamentali per preservare una buona e sana relazione di coppia.
In entrambi i casi sembrerebbe essere venuta meno la risoluzione della fase evolutiva precedente la fase della costruzione della coppia, ossia la ben nota fase di “separazione-individuazione dalla famiglia di origine”.
Per processo di individuazione si intende lo sviluppo di tutti quei fattori che portano al costituirsi dell’identità personale quale totalità, unitaria e permanente da un lato, articolata e in divenire dall’altro.
Quanto più uno dei componenti la coppia è stato in grado di elaborare positivamente i contenuti del mito familiare, quanto più è in grado di differenziarsi come individuo dalla propria famiglia di origine, quanto più la risoluzione dei legami con le figure parentali significative è adeguata, tanto migliori saranno le premesse per una unione che abbia caratteristiche di stabilità nel suo naturale evolversi.
La nascita di un nuovo legame parte quindi dalla risoluzione di un precedente legame e quindi da un processo di separazione.
Quando queste caratteristiche fondamentali vengono a mancare o sono fortemente carenti, senza che spesso i partner ne siano peraltro pienamente consapevoli, il costituirsi della coppia viene a strutturarsi su premesse spesso illusorie e su aspettative reciproche che raramente tendono a realizzarsi.
Lo sposarsi “giovani” ed il diventare “genitori” entro i primi anni di matrimonio, quando cioè la relazione di coppia è ancora troppo fragile, sembrano poi essere fattori comuni alle generazioni degli over 60 che troppo spesso hanno sostituito la “relazione coniugale” con la “relazione genitoriale” mettendo, per così dire, “i coniugi in panchina”(non mi sento amata o capita come moglie, faccio solo la madre). La “relazione di coppia” non appare più distinta dalla “relazione genitoriale”, che anzi, talvolta, si sostituisce in tutto e per tutto alla prima dissolvendo entrambe quando i figli sono grandi ed il compito genitoriale è in parte assolto.
Per mantenere un legame occorre sposarsi più volte nella vita. Il fatto di rinnovare l'impegno preso è richiesto da vari fattori interdipendenti tra loro, quali l'innalzamento della vita media (oggi si arriva a 60 anni con la prospettiva di viverne almeno altri 20), la diminuzione della natalità (e conseguentemente del diventare “nonni”) che "costringe" la coppia a confrontarsi più a lungo nella fase di "nido vuoto"e successivamente in quella anziana, così come con il mutare dei bisogni individuali di base.
In particolare, si è contratta la fase centrale del ciclo di vita familiare occupata dall'allevamento dei figli (che escono di casa anche e oltre i trent’anni), e si sono aperti nuovi spazi alla coppia di mezza età che ha ora la possibilità di parecchi anni, se non decenni, di vita comune.
La coppia, come ogni altro sistema, poggia su due elementi fondamentali: “l’equilibrio” ed “il cambiamento”. Per restare in equilibrio deve muoversi continuamente, generando progetti comuni intorno a cui far convergere l'interesse di entrambi, le energie creative (può essere un figlio ma anche una casa da ristrutturare), altrimenti è destinata a morire.
Accettare il cambiamento significa accettare il passare del tempo e vedere le cose in modo diverso, negarlo, invece, equivale a disconfermare la crescita dell’individuo.
Il matrimonio si costruisce e si modifica nel tempo secondo regole e stimoli che non derivano solo dalle “aspettative” e dai “comportamenti” reciproci dei due coniugi. Il grado di soddisfazione o insoddisfazione coniugale, di interesse e di solidarietà reciproci, possono venir influenzati dalla presenza o meno di figli e dall’esperienza di essere genitori, dalle vicende professionali dell’uno o dell’altra, dalle circostanze economiche e così via.
Gli equilibri interni della coppia, le aspettative reciproche, i patti più o meno espliciti su cui si regge un rapporto, non solo devono fare i conti con i mutamenti delle circostanze e delle responsabilità derivanti dal fatto stesso di vivere insieme e di condividere esperienze e responsabilità, ma anche con quelli che incidono, per così dire, dall’esterno sulle risorse e aspettative di ciascuno.
I sessantenni di oggi avevano ventenni nel ’68 e negli anni seguenti. In Italia, caratterizzata da una forte tradizione cattolica, il divorzio viene legalizzato nel 1970. Nel 1975 viene poi riformato il codice civile nella parte che disciplina il diritto di famiglia e si introduce una normativa basata sulla “parità tra i sessi”. E’ il movimento femminista a spingere nella direzione di una liberalizzazione dei costumi sessuali, che è poi soprattutto una liberazione della donna dal giogo di secoli di cultura “maschilista e patriarcale”.
Inevitabilmente in questi anni è cambiata l'immagine del matrimonio. Esso sembra perdere quei connotati istituzionali, oltre che religiosi, che ne facevano uno strumento di scambi sociali allargati e, secondo la definizione di C. Lévi-Strauss, "un fatto sociale totale" , per diventare "un'impresa personale".
Con lo sviluppo della modernità, cioè, è andata progressivamente affermandosi la libertà di scelta delle singole persone e questo ha portato ad un superamento della valenza strumentale del matrimonio e ad una espansione del codice espressivo ed affettivo.
La differenza cruciale emergente in questi anni risiede nel fatto che ciò che è stato a lungo accuratamente spartito tramite la stessa divisione dei ruoli sessuali oggi si confronta. Al centro della coniugalità si pongono ora la coppia e la sua relazione. Ed è proprio la coppia che, al suo interno, stabilisce regole di condotta, diritti, doveri e valori e tende, in breve, a farsi norma a se stessa.
E' comprensibile, a questo punto, che aspettative, speranze e richieste tanto elevate portino ad una idealizzazione del rapporto di coppia, e proprio per questo risultino spesso soggette a delusioni e frustrazioni.
Facile, di conseguenza, che tutto ciò, unitamente al senso provvisorietà che caratterizza la cultura contemporanea, provochi nelle persone over 60 il disinganno, la sensazione di essersi "fatti giocare" e, in definitiva, che il tradimento di aspettative e speranze, porti ad una rottura del legame.
Se prima lavorare con le coppie e le famiglie significava tener presente i valori tradizionali (sociali, morali e religiosi) su cui poggiavano, valori che pur costituendo spesso dei “vincoli” rappresentavano pur sempre una sorta di riferimenti, oggi lavorare con le coppie over 60 significa sforzarsi di comprendere una realtà complessa dove il vecchio e il nuovo convivono intrecciandosi l’un l’altro spesso ad un livello che resta inconscio (conflittuale).
La conseguenza di tutto ciò si traduce col sempre più frequente passare da una terapia familiare (in cui un figlio con il sintomo ci invia i genitori) ad una terapia di coppia (in cui i genitori ri-tornano coppia), talvolta affiancata da una terapia individuale (in cui i coniugi ri-tornano individui/figli).
L’intervento terapeutico, rispecchiando fedelmente i cambiamenti sociali, consiste, almeno in questi casi, nel restituire alla famiglia la coppia e, talvolta, alla coppia l’individuo, con la consapevolezza che il cammino attraverso il quale un individuo può diventare membro di una coppia senza perdere la propria individualità è per l'appunto un processo e non un fine e attraversa quindi tutta la durata del rapporto senza mai trovare una soluzione definitiva.
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